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    Kamarina in balia del mare pdf Stampa E-mail
      Scritto da Prof. S. Giannitto - Amministratore  08/11/2010
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    Kamarina come Pompei

    Altro che Pompei...Nel giro di poco più di un anno, le onde hanno già inghiottito decine di metri di costa e di reperti del sito archeologico di Kamarina, in territorio di Ragusa, minacciato da una galoppante erosione costiera. Tra gli SOS anche quelli delle associazioni ambientaliste. Secondo Legambiente, la causa principale è dovuta al prolungamento del molo del porto di Scoglitti, costruito per venire incontro alle esigenze dei pescatori ma responsabile del disastro archeologico denunciato anche da un video su Youtube da parte di alcuni cittadini della zona. Nella sua semplicità e "spontaneità" tecnica, il video rappresenta una forte testimonianza dell'entità dell'erosione costiera lungo tutto il perimetro del sito archeologico.
    Se la casa dei gladiatori di Pompei risale al 79 d.C. a Kamarina (colonia siracusana del VI sec a. C.) bisogna addirittua andare indietro di oltre 2600 anni. Fino ad oggi, gli interventi prospettati dalla Soprintendenza ai Beni archeologici e culturali di Ragusa, non sono serviti a risolvere nulla e così manufatti in marmo, pietra, terracotta e metallo che affiorano dal costone, e che anche per un profano risultano di interesse archeologico, finiscono in balia del mare.

    VIDEO



    STORIA

    Kamarina venne fondata agli inizi del VI secolo a.C. 598 a.C. - 597 a.C.) dai siracusani sul fertile promontorio delimitato dai fiumi Ippari e Oanis (l'odierno Rifriscolaro). Scopo del nuovo insediamento era quello di creare un presidio lungo la rotta africana e frenare l'espansione verso sud di Gela, che appena diciotto anni dopo fonderà più a nord-ovest Akragas (580 a.C.). Divenuta rapidamente un importante centro agricolo e di riferimento per i fiorenti traffici commerciali dell'entroterra ibleo anche dei Siculi, la colonia entrò presto in conflitto con la città-madre. Sconfitta nel 552 a.C., secondo le fonti, la popolazione camarinense, venne esiliata; tuttavia, lo scavo dell'insediamento attesta una continuità di vita ininterrotta nell'arco dell'intero VI secolo a.C..
    Rifondata in seguito da Gela 492 a.C., 461 a.C., Kamarina riacquisì la sua importanza e in seguito all'alleanza stretta con Atene in funzione antisiracusana, nel corso della guerra del Peloponneso riuscì a strappare a Siracusa il lontano territorio di Morgantina 424 a.C..
    Quando ad Alcibiade venne tolto il comando dell'esercito ateniese tuttavia si tirò da parte. Durante l'avanzata di Annibale nel 403-401 a.c. Kamarina venne nuovamente saccheggiata e distrutta dal suo esercito. Rientrò nell'orbita siracusana durante il dominio di Dionisio I il grande e prese parte alla simmachia di Dione nel 357 a.C. quando questi con il suo esercito marciò alla conquista di Siracusa.
    Dopo il dominio punico a cui fu sottoposta tra 405 e 393 a.C., ebbe un nuovo periodo di prosperità alla fine del IV sec. a.C. raggiungendo, sotto Timoleonte (339 a.C.), la sua massima espansione urbanistica.
    A partire del III secolo a.C. , presa dai Mamertini prima (275 a.C.), dai Romani poi ( 258 a.C.), la città comincia a decadere. Al tempo della Repubblica romana il suo capiente porto accolse le navi da guerra di Publio Cornelio Scipione, Emilio Paolo, Pompeo Magno, Cesare e Ottaviano e i commerci con l'Africa e l'Egitto. Ma nel periodo imperiale i romani realizzarono un nuovo porto di collegamento con Malta e il nord Africa., nella vicina Kaucana e quindi la città si spopolò progressivamente dei suoi abitanti.
    Kamarina venne definitivamente distrutta nell'827 dall'esercito guidato da Qad' Ased al Furat nel corso della conquista araba. L'acropoli, però, mostra una continuità d'uso: i resti del tempio della divinità principale, Athena, vengono inglobati nella costruzione della chiesa della Madonna di Cammarana. L'edificio colmo degli ex-voto dei naviganti scampati alla furia delle tempeste a cui la baia è di frequente sottoposta, venne distrutto da un incendio nel 1873; i suoi resti furono utilizzati per la costruzione della masseria che oggi ospita il locale Museo.

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