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    La storia del Conte Ugolino Stampa E-mail
      Scritto da Paolo Cannata - IVA P.N.I.  13/04/2011
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    Il conte Ugolino

    Raccontata dal punto di vista di uno dei suoi nipoti

    Possa tu raccontar a li tue genti di come noi, innoccenti pargoli, a lagrimar di stenti, con le guance tra i denti, fummo crudelmente condannati alla fine: giorni, settimane, mesi passaron, ed insieme al padre nostro soffrimmo. I ch’ero il più picciol dei frati tanto soffrii che banchetto mi parvero l’ossa delle mani al convivio della fame; che fine è la nostra? Che condanna fu la nostra? E, maggiormente, che colpa di noi che di nostro padre in quella torre ne pagammo tutti le conseguenze!
    Arrivati all’ultimo giorno tanto vedevo star male il pover uomo sofferente che la pancia sua risuonava musica per tutta la stanza, allora mi avvicinai e arditamente chiesi: “Padre! Come dice il frate mio più grande, possiate voi cibarvi di noi, con lo stesso potere conferitovi nel farci. Lo so: giammai un padre sopravvivere al proprio figlio dovrebbe, e che atroce visione sarebbe ma, oramai, gridano i vostri occhi per gli stenti della fame, tanto che scuri più del buio son; possa perciò riviver in te, anche se nelle viscere tue, possa almeno io darvi tale onore!”. Quivi esalai l’ultimo spiro e caddi al suolo dormiente, ridestandomi nella fatal quiete.

    Paolo Cannata
    IV A P.N.I.


     

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